Visualizzazione post con etichetta modo di dire. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta modo di dire. Mostra tutti i post

sabato 19 maggio 2018

Le ginocchia fanno Giacomo,Giacomo:un modo di dire con più interpretazioni.

Un detto popolare celebre è
 Le ginocchia fanno Giacomo Giacomo.
Perchè?
Non vi sono interpretazioni univoche. Comunque, attorno a questa tipica espressione popolare sono state formulate tre vie interpretative: la prima legata al mondo contadino francese, la seconda legata al cammino di Santiago e infine la terza legata al suono onomatopeico.
 Derivazione francese:
Nel 1358 durante la guerra dei Cent'anni, un gruppo di contadini francesi esasperati dal peso delle tasse, diedero il via ad una rivolta.
In quel periodo i contadini usavano indossare “la Jacque”, una giacchetta leggera irrobustita con fili di ferro, dalla quale gli aristocratici presero spunto per identificarli in modo dispregiativo, con l'espressione “Jacques Bonhomme” ossia “vigliacco” o “imbecille"
Successivamente in Francia divenne popolare il modo di dire: “Faire le Jacques” che si può tradurre in italiano con: “fare lo sciocco o fare il vigliacco” e propri quest'ultima indicherebbe il rumore delle ginocchia dei contadini che tremavano per la paura, di fronte alle milizie.
 Una seconda interpretazione ritiene invece che il termini derivi dall'implorazione dei pellegrini verso San Giacomo, i quali chiedevano il suo aiuto per proseguire il lungo cammino nonostante le ginocchia vacillanti per la stanchezza
L'ultima ipotesi si basa infine  sul suono onomatopeico dello scricchiolio delle ginocchia quando sono particolarmente stanche, che farebbero quindi “giac giac” o “ciac ciac”.

domenica 2 novembre 2014

Carneade. Chi era costui?

 
 
Carneade di Cirene era un filosofo greco seguace del probabilismo, vissuto tra il 213 e il 128 a.C-
La domanda "Carneade chi era costui" se la fa Don Abbondio , seduto sul suo seggiolone, nell'ottavo capitolo dei Promessi Sposi.
Così si legge;
Carneade! Chi era costui?» ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l'imbasciata. «Carneade! questo nome mi par bene d'averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?» Tanto il pover'uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo! 
Da quella descrizione manzoniana è nato il modo di dire "essere un Carneade", cioè una persona di poco conto. mai sentita nominare
Nulla di più ingiusto nei contronti di un importante filosofo greco.
 






 

lunedì 26 dicembre 2011

Nemo propheta in patria.



E' una locuzione in lingua latina che significa: "Nessuno è profeta in patria  L'espressione vuole indicare la difficoltà delle persone di emergere in ambienti a loro familiari; in ambienti estranei viene generalmente assunto che sia più facile far valere le proprie capacità e qualità.
E’ un’espessione tratta a dai Vangeli: tutti e quattro riportano, direttamente o indirettamente, questa frase di Gesù Cristo (traduzioneCEI): nell’occasione della visita alla città di Nazareth dove partecipa alla liturgia della sinagoga ed applica a sè

  • Matteo: E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua».
  • Marco: Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».
  • Luca : Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria».
  • Giovanni : Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria.
Il contesto dell'affermazione è nei sinottici la visita di Gesù alla sua città di Nazaret, dove partecipa alla liturgia della sinagoga e applica a sé laprofezia di Isaia riguardante il dono dello Spirito Santo al Messia del Signore.
La reazione dei nazareni è di rifiuto, e lì Gesù pronuncia la frase in questione.
Invece in Giovanni l'affermazione appare nel contesto generico di un ritorno a Nazaret di Gesù dopo una festa di Gerusalemme.

Ancor oggi simile espressione viene usata da coloro che vedono il proprio operato non apprezzato da chi sta più vicino: famigliari, colleghi, amici...
Essendo il successo, la fama, come qualcosa fuori dell’ordinario, stentiamo ad attribuire queste doti ad una persona che vive la nostra stessa vita ordinaria. Le attribuiamo più facilmente a chi non conosciamo affatto e viene da lontano.
Molte sono le motivazioni , ascrivibili anche a sensi di invidia che molte volte si nutrono nei cofronti delle persone che si conoscono.

sabato 24 dicembre 2011

Fare l'indiano!



 Fare l'indiano significa fingere di non capire, di non interessarsi a qualcosa, evidentemente perché la finzione torna comoda.
Nel linguaggio comune, la locuzione " fare l'indiano" indica l'atteggiamento di chi, per proprio comodo, finge di non sentire quello che gli viene detto, o di non capire, non sapere o non interessarsi a qualcosa. 
 L'espressione fa riferimento allo stereotipo del nativo americano ("indiano" delle Indie occidentali, che avrebbe, nell'immaginazione popolare, un atteggiamento generale di indifferenza e apatia, come chi non capisce quello che sta accadendo o che gli viene detto.
Altre locuzioni con lo stesso significato sono per esempio: fare lo gnorri o fare il nesci nel senso di non capire
La parola gnorri deriva dalla seconda persona dell'indicativo presente di ignorare (tu ignori) con la caduta della vocale iniziale e il raddoppiamento espressivo della r.

Un'altra ipotesi la fa derivare dall'aggettivo toscano gnoro, nel senso di ignorare, con la ifinale tipica dei cognomi.
Altro sinonimo è fare orecchi da mercante che significa  fingere di non capire non è affatto un modo di dire offensivo, ma certamente ironico allusivo della capacità dei mercanti di ignorare le offerte di chi compra o vende, per alzarle od abbassarle secondo il proprio  tornaconto.
Le traduzioni di queste locuzioni nelle altre lingue ovviamente sono difficili perchè tipiche e peculiari della lingua italiana.

lunedì 19 dicembre 2011

Acqua in bocca.



E' molto frequente il modo di dire "tenere l'acqua in bocca" che significa astenersi dal parlare a sproposito rischiando anche di incorrere in maldicenze.
Questa espressione trae origine da una cultura popolare tramandata nel tempo di cui fa parte la segiente storiella:
Una donna aveva il vizio della maldicenza, da cui non riusciva ad astenersi, malgrado fosse stata redarguita dal suo confessore.
Un giorno il prete ricorse al seguente espediente:consegnò alla donna una boccia d'acqua di pozzo, dicendole di portarne sempre un poco con sè e quando sentiva la tentazione di mormorare e sparlare, ne prendesse un sorso e lo tenesse in bocca finchè non era finita la tentazione.
Finì che la donna, dovendo passare la maggior parte delle giornate con la bocca piena d'acqua, per evitare il fastidio, perse il vizio della maldicenza.

domenica 18 dicembre 2011

L'uovo di Colombo.

Nel linguaggio corrente si usa spesso dire: hai scoperto l’uovo di colombo, oppure hai scoperto l’acqua calda.
Sono tutti modi di dire utilizzati per indicare una soluzione insospettatamente semplice a un problema apparentemente impossibile.
Tale locuzione si chiama polirematica(dal greco πολι-, molti e ρημα, parola)  ed ha un significato non desumibile da quello delle parole che lo compongono, e che viene usata come un tutto unico, come a ufo, a iosa, capro espiatorio.
Nel caso dell’uovo di Colombo, si tratta di un aneddoto popolare, sicuramente falso, che ha per protagonista Cristoforo Colombo.
Al suo ritorno dall'America Colombo fu invitato a una cena in suo onore dal cardinale Mendoza. Qui alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire la sua impresa dicendo che la scoperta del Nuovo mondo  non fosse stata poi un’impresa così difficile, e che chiunque avrebbe potuto riuscirci Colombo allora  sfidò i commensali a un'impresa altrettanto facile: far stare un uovo dritto sul tavolo.
Nessuno dei commensali vi riuscì e pregarono Colombo stesso di cimentarsi nell'impresa. Questi si limitò a praticare una lieve ammaccatura all'estremità dell'uovo, picchiandolo leggermente contro il tavolo dalla parte più larga, e l'uovo rimase dritto.
Ai commensali attoniti, Colombo disse: : «La differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l'ho fatto!».

Voli pindarici

Il volo pindarico è un modo di dire ricorrente nel linguaggio quotidiano.
Trae spunto dalla letteratura grca ed in particolare da Pinfaro il grande cantore grco nativo di Cinocefale, presso Tebe, nel 518 a.C., da una nobile ed agiata famiglia originaria della Beozia
Autore di importanti carmi epici, viaggiò a lungo e visse e scrisse per sovrani e famiglie importanti. Cantò, come negli Epinici  i modelli di un ideale umano in cui si coniugavano bellezza e bontà, prestanza fisica e sviluppo intellettuale.
Cosa sono  insomma i voli pindarici? Null’altro che arditi passaggi, da un’idea che si va sviluppando ad un’altra completamente estranea al filo logico fino allora seguito.
E’ difficile  da spiegare, ma se ne può avere un’idea  rileggendo i Sepolcri di Foscolo: là dove il poeta celebra le tombe dei grandi in Santa Croce a Firenze, e subito dopo, da un verso all’altro, “vola” altrove evocando la battaglia fra Greci e Persiani a Maratona.
Questo è, appunto, un “volo pindarico”, il passaggio originale e ardito da un argomento all’altro, pur nel contesto di una struttura  unitaria. Può assumere un duplice senso negativo cioè divagare e "saltare da un argomento ad un altro senza logica,ma anche, positivo e cioè saltare sì, da un argomento ad un altro, però, mostrando fini capacità digressive nonché competenze, mantenendo un filo conduttore nel discorso.

domenica 11 dicembre 2011

Paga pantalone.

E’ ormai tempo di Carnevale ed appare opportuno riportare  modi   di dire che traggono origine e significato dalle vicende narrate nella Commedia dell’arte veneziana.
Molto noto è il detto tanto paga pantalone, ahimè frequente ai giorni d’oggi ove  sono diffusi abusi e sperperi di ogni genere.
Pantalone nasce a Venezia intorno alla metà del '500,e rappresenta il tipico mercante vecchio, avaro e lussurioso.
E’ un ricco mercante che in passato ha accumulato una fortuna con traffici e commerci d’ogni genere.E' avaro e diffida di tutto, si perde in chiacchiere inutili e banali, ma è galante e gentile solo con le donne con cui si comporta come un vero dongiovanni, anche se non ha più l’età. Spesso per queste sue smanie da strapazzo si invischia in pasticci d’ogni genere da cui ne esce a fatica allentando i cordoni della borsa. Personaggi del genere purtroppo non sono rari.
E’ un modo di dire che si usa pertanto per deprecare, ma con una certa fatalistica rassegnazione, gli sperperi del pubblico denaro da parte dello Stato e delle sue Amministrazioni.

martedì 6 dicembre 2011

Avere il bernoccolo

Questo singolare modo di dire viene riferito a chi ha una particolare, non comune, predilezione per una determinata attività  e branca del sapere come  ad esempio le arti, la matematica, le lingue. La sua origine è da attribuire ad una teoria scientifica elaborata nel XVIII secolo in base alla quale era possibile conoscere il carattere e le attitudini di una persona dalla conformazione della sua testa per cui, ad esempio, in una protuberanza (un bernoccolo) del capo risiedeva una certa dote.

Questa suggestiva teoria fu coniata dal medico Franz Joseph Gall, vissuto tra il Settecento e l’Ottocento, il padre della “frenologia” (dottrina ripresa da Lombroso  secondo cui le funzioni psichiche avrebbero una particolare localizzazione cerebrale)

Avrebbero sede in zone diverse del cervello; il minore o maggiore sviluppo di una parte del cranio sarebbe indice di particolari inclinazioni o qualità.

E’ una dottrina fantasiosa definitivamente accantonata dalla scienza ufficiale. E’ rimasto tuttavia il modo di dire avere il bernoccolo ancora oggi particolarmente diffuso.

venerdì 2 dicembre 2011

S.P.Q.R.

 



E’ controversa la versione ufficiale dell’acronimo.
La prima è:
S.P.Q.R.: Senatus PopulusQue Romanus.
Letteralmente: il senato ed il popolo romano ("-que" è congiunzione con il significato di "e"). 

La seconda versione è:
S.P.Q.R.: Senatus Populus Quiritium Romanus
Letteralmente: il senato e (tutto) il popolo romano dei Quiriti.
In senso figurato si fa riferimento a  tutto l'insieme del popolo romano, sia nei rapporti politici e militari, i romani, che in quelli civili, i quirites, nel significato di cittadini. Il Quirite è infatti il cittadino dell'antica Roma.

L’acronimo è sato oggetto di molteplici interpretazioni nei secoli successivi fin dal Medioevo e tra queste

Sapiens Populus Quaerit Romam: "Un popolo saggio ama Roma".
Sanctus Petrus Quiescit Romae: "San Pietro riposa a Roma".

Per il Belli, noto anticlericale  in un sonetto SPQR diventa Solo Preti Qui Regneno
L’iscrizione esalta comunque il Senato che ha il compito di scrivere le leggi.
Quando si parla del Senato, si pensa giustamente ad un consesso di persone mature ed equilibrate a cui giustamente è affidata la res publica.
E’ ancora cosi oggi?

lunedì 28 novembre 2011

Lavarsi le mani!

Il periodo pasquale è di solito intenso di emozione per i credenti e non credenti  perchè la Passione di Cristo è un fatto che dice molto ai cuori delle persone.
Stando ai Vangeli , la figura centrale è ovviamente Cristo intorno a cui si muovono altri personaggi importanti. Tra questi si distingue  Ponzio  Pilato,prefetto della Giudea in carica tra gli anni 26.36, del I secolo Egli svolse un ruolo centrale nella passione di Gesù e secondo quanto è testimoniato dai Vangeli fu giudice del processo di Gesù e ne ordinò la flagellazione.
Nel Vangelo di Matteo, Ponzio Pilato si lava le mani del caso e manda non convinto Gesù a morte. Infatti, è celebre l'episodio di Pilato che si lava le mani davanti alla folla dicendo: Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!.
Da questo gesto deriva il detto lavarsi le mani per indicare il comportamento  di una persona che non prende posizione e lascia che altri prendano una decisione.
E' purtroppo il lavarsi le mani un modo di fare frequente nella storia dell'umanità che molte volte si distingue per lasciare il cerino in mano ad un altro.

domenica 27 novembre 2011

Bacucco o anche Zuccone.

Se qualcuno viene apostrofato come bacucco, non ha certamente un complimento perché il bacucco è un vecchio non più in forma, ma suonato.
L’etimologia eppure è importante; infatti bacucco non è altro che Abacuc  un cosiddetto  profeta minore della Bibbia, che scrisse un libro (libro di Abacuc) in cui sono affrontati vari temi,trattando della giustizia divina e della fedeltà dell’alleanza che conduce alla salvezza ed alla teofania.
Per completezza di informazioni  i profeti sono  figure tipicamente religiosei, ispirate da Dio che parlano in suo nome, annunciandone la volontà e talvolta predicendo il futuro.
Il riferimento più comune è ai profeti ebraici e cristiani dell'Antico Testamento, ma quando si parla del "Profeta" senza ulteriori specificazioni si intende indicare Maometto, l'ultimo dei profeti secondo l’Islam.
I profeti maggiori della Bibbia sono Isaia,Geremia ed Ezechiele, mentre i profeti minori sono Osea,Gioele,Amos,Abdia;Giona, Michea,Naum,Abacuc,Sofonia.
Abacuc nella tradizione popolare è lo zuccone  che è stato immortalato in una mirabile statua di Donatello, in marmo bianco conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

lunedì 21 novembre 2011

Turris Eburnea.



Non vi è migliore espressione di Turris Eburnea che trae la sua orgine dal Cantico dei Cantici di cui sono protagonisti una donnaSulamita) e il suo amato. Nel Cantico dei Cantic, un libro della Bibbia e dunque ispirato da Dio si parla della meraviglia dell’amore, anche quello profano, quello fisico.
Significativi sono i versi "Collum tuum sicut turris eburnea (il tuo collo è come ua torre d'avorio) a cui forse si è ispirato Modigliani con i suoi famosi colli.
Torre d'avorio è anche uno degli attributi dati alla Madonna nelle liturgie lauretane.
Insomma è un'espessione di incomparabile e fulgida bellezza.
Eppure nell'uso corrente talora sta a denotare un isolamento volontario e qualche volta sdegnoso in cui in cui si rinchiudono esponenti della scienza, della cultura e dell'arte incapaci di interagire in modo semplice con coloro che non sono "scienziati".

mercoledì 9 novembre 2011

Avere Talento!

 

 

Il talento è l’inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività.
Qual è l’origine? Deriva  senza dubbio come termine dal greco talenton che significa bilancia; in seguito in periodo romano venne a significare metallo per coniare monete d’oro e d’argento.
Fu tuttavia con la diffusione della parabola dei talenti narrata nel Vangelo di Marco nella quale un padrone  dà ai suoi  servi dei talenti per farli fruttare, che la parola passò ad indicare un dono di Dio da mettere a frutto, cioè il proprio talento.
Molti scrittori e sociologi hanno scritto sul talento umano-
Ho letto alcuni aforismi e tra questi mi piace ricordare l’efficace espressione di Wolfgang Goethe:
                  Il talento si forma nella quieta, il carattere nel fiume della vita.

Cavoli a merenda!


Il cavolo appartenente alla famiglia delle Brassicaceae o Cruciferae è noto per il suo sapore, per le sue proprietà chimiche, ma anche per il suo odore.
Qui tuttavia non ci soffermiamo sul cavolo in termini botanici, quanto piuttosto sulla locuzione celebre “ cavoli a merenda”
Si dice perché il cavolo è di laboriosa digestione e poco gradevole quando riscaldato e per queste ragioni, ed essendo la merenda uno spuntino leggero di cose non cucinate lì per lì, il cavolo, appunto, c’entra come i cavoli a merenda
Sempre in tema di etimologia, vale la pena soffermarsi sulla parola merenda cheè una piccola colazione che si fa, generalmente, nel pomeriggio, tra il pranzo e la cena.
Ebbene merenda viene dal latino merere cioè meritare e propriamente "cose da meritarsi per cibo"-
Da qui a merenda ,gradita soprattutto ai bambini, il passaggio è facile.
Tornando a cavolo, si possono citare altre espressioni non proprio garbate come "farsi i cavoli propri" e come "capre e cavoli"modo di dire con cui si intende salvaguardare con una decisione gli interessi di due soggetti.

venerdì 4 novembre 2011

Luoghi comuni.

Visualizzazione degli ultimi post con etichetta detti celebri. Mostra i post precedenti
Visualizzazione degli ultimi post con etichetta detti celebri. Mostra i post precedenti

giovedì 9 giugno 2011

Leges bonae ex malis moribus procreantur cioè le buone leggi nascono dai cattivi comportamenti.

E’ sempre istruttivo ricordare i modi di dire del passato ed in particolare quelli dell’antica Roma sempre alla base dei nostri costumi e delle nostre leggi.
Volgiamo l’attenzione al celebre detto:

Leges bonae ex malis moribus procreantur
cioè le buone leggi nascono dai cattivi comportamenti.
Ad esempio fino a poco tempo fa si poteva tranquillamente fumare ovunque, spesso in presenza di bambini, o in generale persone che di certo non volevano saperne di fumo; ora grazie alla nuova legge ciò non più possibile. Ecco dunque come nasce una legge buona (o ottima) da un cattivo comportamento.
Ed ancora gli automobilisti si comportano male sulle strade e spesso superano i limiti di velocità, con grave nocumento per tutti i cittadini.
Da questo cattivo comportamento nasce dunque l’esigenza di un codice della strada che regolamenti la circolazione degli autoveicoli.
Questa celebre citazione è attribuita a Ambrogio Teodosio Macrobio ( V secolo d.C) filosofo, scrittore , nonché studioso di astronomia e sostenitore della teoria geocentrica (tratto a lato in una raffigurazione medievale
Per curiosità Macrobio è anche il nome di un cratere lunare intitolato appunto al filosofo latino Ambrogio Teodosio Macrobio,probabilmente in ossequio alle sue conoscenze di astronomia.

 

Il grandissimo Galileo Galilei ebbe a dire in una delle sue opere

Infinita è la turba degli sciocchi, cioè di quelli che non sanno nulla, assai sono quelli che sanno pochissimo di filosofia, pochi sono quelli che ne sanno qualche piccola cosetta, uno solo Dio è quello che sa tutto

Questa citazione di Galileo Galilei la dice lunga sul credo di Galilei e ciò avvalora la tesi che il discusso rapporto tra lo scienziato la Chiesa fu probabilmente frutto di una grande incomprensione,

Ed ancora Galileo disse “la Bibbia insegna come andare in cielo, non come va il cielo”».
Emerge chiaramente come non vi fosse un rapporto antitetico tra Galileo e la fede.

Ogni tanto quindi vale la pena di andare di approfondire cosa abbiano detto grandi filosofi e scienziati del passato in temi delicatissimi ed oggetto di dissertazioni infinite come quelli relativi ai rapporti tra scienza e fede

Questo è un classico caso che dimostra quindi come molte volte si valutino le cose secondo luoghi comuni non rispondedenti ad alcuna.

sabato 29 ottobre 2011

Cupio dissolvi.


Alla lettera: desidero essere dissolto,disfatto, morire.
E’ una frase tragica detta da coloro che, vinti dalla vita, incapaci di sopportare la sconfitta e di tentare una rivincita sono presi da grande sconforto il cui epilogo è soltanto l’annientamento. Preso come senso di liberazione-
Per i mistici è un’altra cosa perché rappresenta invece una vera ascesi, un lasciarsi trasportare in Dio, annientando sé stessi.
Il concetto lo si trova nella lettera di San Paolo ai Filippesi quando dice:Sono messo alle strette fra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assi meglio, d’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne.
Alla lettera: desidero essere dissolto,disfatto, morire.
E’ una frase tragica detta da coloro che, vinti dalla vita, incapaci di sopportare la sconfitta e di tentare una rivincita sono presi da grande sconforto il cui epilogo è soltanto l’annientamento preso come senso di liberazione.
Questo è il significato prevalente, anche se l'origine della frase è data dalla Vulgata cristiana
Per i mistici infatti Cupio dissolvi è proprio un’altra cosa perché rappresenta invece una vera ascesi, un lasciarsi trasportare in Dio, annientando sé stessi.
Il concetto lo si trova nella lettera di San Paolo ai Filippesi quando dice:Sono messo alle strette fra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assi meglio, d’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne.

giovedì 13 ottobre 2011

Quod scripsi scripsi




Nel vangelo di Giovanni (raffigurato da Bosch nel riquadro) si narra che Pilato, dopo aver fatto crocifiggere Gesù, fece apporre alla croce, come motivazione della condanna, una tavoletta con la scritta "Gesù Nazareno, re dei giudei" in ebraico, latino e greco, realizzando involontariamente una profezia messianica. I sommi sacerdoti gli dissero: "Non scrivere 'Il re dei giudei', ma che costui ha detto: 'Io sono il re dei giudei'". Pilato sbrigativamente rispose: "Quod scripsi, scripsi", facendo loro capire con tale risposta che non intendeva ritornare sulla decisione presa.
Fu in sostanza un atto d’orgoglio e di decisionismo da parte di Pilato che si er distinto nel corso del processo a Gesù per la sua remissività nei confronti degli Ebrei.

La locuzione latina tradotta come ciò che ho scritto, ho scritto è molto usata in italiano ed anche nelle altre lingue per dire che la decisone presa è irrevocabile e non suscettibile di modifiche.
Un'altra citazione analoga, ma che presenta tuttavia sfumature diverse può essere quel che è fatto è fatto.

sabato 8 ottobre 2011

Nemo propheta in patria

E' una locuzione in lingua latina che significa: "Nessuno è profeta in patria L'espressione vuole indicare la difficoltà delle persone di emergere in ambienti a loro familiari; in ambienti estranei viene generalmente assunto che sia più facile far valere le proprie capacità e qualità.
E’ un’espessione tratta a dai Vangeli: tutti e quattro riportano, direttamente o indirettamente, questa frase di Gesù Cristo (traduzione CEI): nell’occasione della visita alla città di Nazareth dove partecipa alla liturgia della sinagoga ed applica a sè
  • Matteo: E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua».
  • Marco: Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».
  • Luca : Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria».
  • Giovanni : Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria.
Il contesto dell'affermazione è nei sinottici la visita di Gesù alla sua città di Nazaret, dove partecipa alla liturgia della sinagoga e applica a sé laprofezia di Isaia riguardante il dono dello Spirito Santo al Messia del Signore.
La reazione dei nazareni è di rifiuto, e lì Gesù pronuncia la frase in questione.
Invece in Giovanni l'affermazione appare nel contesto generico di un ritorno a Nazaret di Gesù dopo una festa di Gerusalemme.

Ancor oggi simile espressione viene usata da coloro che vedono il proprio operato non apprezzato da chi sta più vicino: famigliari, colleghi, amici...
Essendo il successo, la fama, come qualcosa fuori dell’ordinario, stentiamo ad attribuire queste doti ad una persona che vive la nostra stessa vita ordinaria. Le attribuiamo più facilmente a chi non conosciamo affatto e viene da lontano.
Molte sono le motivazioni , ascrivibili anche a sensi di invidia che molte volte si nutrono nei cofronti delle persone che si conoscono.

venerdì 7 ottobre 2011

L'origine del termine cornuto.


Non vi è nulla di più offensivo soprattutto per un uomo essere apostrofato come cornuto.
Veniamo alle origini di questo termine che evoca gli animali cornuti.
Originariamente aveva un significato positivo e le corna erano addirittura un ornamento prestigioso. La sua accezione negativa risale al Medioevo, ai tempi dell'imperatore bizantino Andronico I (Costantinopoli - XII secolo), il quale, quando desiderava una donna sposata, ne faceva imprigionare il marito, la possedeva nella casa di lei e, in segno di dispregio, usava apporre davanti all'ingresso trofei di caccia con imponenti corna. Ecco perchè i mariti delle donne infedeli sono chiamati "cornuti"!
Un altro significato può derivare dalla Sicilia al tempo della presenza araba, quando i signori solevano andare a caccia di cervi nelle campagne palermitane. Dal momento che questi nobili musulmani stavano lontani dalle loro abitazioni per molti chilometri, decidevano di dormire in case del luogo in cui si divertivano con il loro hobby. I padroni di quelle dimore, allora, concedevano le loro mogli ai signori arabi, e questi, trascorsa la notte, come segno di apprezzamento del "dono ", consegnavano ai mariti "traditi", le corna dei cervi catturati, divenendo pertanto cornuti.
Non si esclude infine che l'aggettivo cornuto (tradito) derivi al maschio della capra - detto anche becco perchè è noto che la capra femmina cambia spesso partner.
Sono tanti i termini ingiuriosi e nn è un caso che Borges abbia scritto l'arte di ingiuriare, una breve riflessione sui meccanismi dell'offesa che ha una tradizione antica nella storia della società.